Filosofia in salsa dipietrista

La Repubblica – 26 agosto 2011 — pagina 49 sezione: CULTURA
LA TERZA VIA DI CAMUS

Se l’ esoterismo iper-metafisico di Heidegger e la traduzione più casareccia fornita da Gadamer degli inconcludenti e compiaciuti labirinti iniziatici del “mago di Messkirch” avesse nutrito la cultura di destra, non vi sarebbe stato alcun problema. Ma quel forsennato vaticinare ha invece colonizzato la cultura democratica in Italia fin dall’ inizio degli anni Sessanta, sia in versione neo-teologica, sia ermeneutica (fratelli coltelli, ma entrambi heideggeriani anti-illuministi perinde ac cadaver ), ristabilendo una egemonia spiritualistico-idealistica sulla filosofia che invece era stata finalmente mandata in frantumi dalla consapevolmente variegata “vague” neo-illuminista cui avevano dato impulso Abbagnano, Bobbio e Geymonat. Se si aggiunge il marxismo eretico di Della Volpe e della sua scuola, c’ erano già allora tutti gli elementi per costruire quella filosofia di “New Realism” che Maurizio Ferraris, ora caldeggia contro il suo maestro e gli esiti prevedibilissimi dell’ ermeneutica nichilista e del post-moderno. Mezzo secolo buttato. Comunque, meglio tardi che mai. Il fenomeno come è noto è stato europeo, e ha riempito anche gli scaffali di oltreatlantico. In Francia avevano a disposizione i lavori di Camus e Monod, sontuosi di grande pensiero sobrio, per dar vita a quella sintesi di esistenzialismo e naturalismo empirico che costituisce la speranza di una “filosofia dell’ avvenire”, ma la moda irrazionalistica ha imposto genealogie e microfisiche di Foucault e torrenziali elucubrazioni autoreferenziali di Derrida, mentre negli Usa Rorty, in nome di Dewey, faceva piazza pulita del razionalismo di quel grande pensatore riformatore. Il tutto giustificato dalla necessità di liberarsi dalla oppressione di un “essere” inteso staticamente, troppo “autoritario”, siè detto. Eppure, bastava farne proprio a meno, dell’ Essere, comunque declinato e sbarrato, questa personificazione del predicato più generico e dunque più vuoto, questa Ipostasi che costituisce il tributo della filosofia all’ animismo. E invece, tutti a “indebolire” l’ essere per meglio salvaguardarlo rispetto a neo-illuminismi e “scientismi”. Per evitare il punto cruciale dello scoglio su cui la tradizione di Hume e del giovane Marx antihegeliano e di Freud (e della riflessione filosofica su Darwin) aveva già portato a far naufragare ogni spiritualismo e antimaterialismo: riconoscere alle scienze della natura l’ indagine sull’ essere e all’ esistenza individuale e collettiva la sovranità sul dover-essere. Ma con un esistenzialismo così sobrio, naturalista-scientista, sarebbero stati liquidati i barocchismi sull’ “invio dell’ essere”, questi sì ad alto potenziale autoritario (totalitario, anzi), visto che qualsiasi aspirante Führer potrà arrogarsi il ruolo di “Unto” dell’ essere. È paradossale, perciò, che Vattimo, per tenere aperta la prospettiva dell’ emancipazione e dell’ eguaglianza (più che legittima), anziché scegliere la via maestra e diretta della separazione quasi manichea tra fatti e valori, dunque tra scienze della natura e ideologie dello spirito (solo le componenti scientifiche delle discipline socio-storiche rientrano nel primo ambito), continui ad insistere sulla linea “non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Perché ogni menzogna viene così santificata. – PAOLO FLORES D’ ARCAIS

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