Gomorra

Il film che Matteo Garrone ha tratto dal libro di Saviano colpisce per l’incapacità  di rappresentazione cinematografica del libro da cui è tratto.
Il libro di Saviano è un gran bel libro perché filtra gli argomenti che affronta attraverso una scrittura che mentre aderisce alle cose, ne prende le distanze: una scrittura a volo di rondine che si butta in picchiata per ghermire un insetto e quando sembra che stia per schiantarsi a terra si innalza di nuovo in volo, in alto.
Così il libro di Saviano che nella stessa pagina, nello stesso paragrafo, a volte nella stessa frase, ora descrive l’orrore come un testimone oculare, e subito dopo lo spiega, lo inquadra, lo definisce.
Il film invece fa l’operazione opposta: depura il racconto da ogni filtro, saccheggia il libro dei fatti e dei personaggi presenti e li riproduce così come sono (nell’immaginario collettivo), con una tecnica di ripresa ravvicinata, un abuso di camera a mano e di grandangoli, come a voler cancellare ogni distanza dalla materia trattata. Ma pur sempre di cinema si tratta, di finzione, e allora il risultato finale è sempre lo stesso, lo straniamento, non nel senso brechtiano della purificazione, ma in quello della perdita di senso, dell’accumulo ridondante, del troppo vero.
Peccato.

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