Lettera al figlio


“Nel 1927 apparve Essere e tempo. Mi ci dedicai per un anno. Il genio di Hegel, all’epoca della mia precoce lettura della Fenomenologia delo spirito, mi aveva illuminato. Quello di Heidegger mi accecò.
Non so se sceglierai la filosofia come destino. Non so se ti ci destinerai. Sei ancora molto giovane, e anche se nelle tue parole o nei tuoi concetti che a volte nei momenti più luminosi vi si affacciano intravedo il genio che giustificherebbe una tua dedizione al sapere dei saperi, quel genio è tuttavia erratico, elusivo, si mostra e si occulta. E d’altra parte non so se augurarti un destino filosofico. Io ne ho avuto uno, e non sembra avermi gettato nelle braccia della gioia. Ma sarebbe giusto incolpare la filosofia dell’empietà dei tempi? E’ stata la filosofia o le asprezze della storia a destinarmi a scriverti questa lettera, queste confessioni senza speranza?
E comunque sia, non posso evitarti la condanna di un mandato. Non trascorrere per questo mondo, non vivere la tua vita senza leggere Essere e tempo. Questo mandato è stato già mio e non dovrebe essere trasferibile, ma non posso risparmiartelo. Cercherà di raccontarti l’origine del mio mandato e il potere che ha avuto su di me. Un potere così irresistibile, figlio mio, che mi condanna all’insensatezza di esigere da te (si può chiamare diversamente la richiesta di un padre?) la lettura di questo libro dalla scrittura arida, traboccante di neologismi e di opulenze che, inevitabilmente, suscitano nel lettore la certezza dei suoi limiti, la vertigine disperata delle sue manchevolezze. Forse la filosofia è anche questo. Forse Heidegger, la sua grandezza, è anche questo: la certezza di non afferrarlo mai, lo spettacolo di una mente inaccessibile, il dolore di vedere la vetta, vedere che c’è, e il tormento di non poterla raggiungere, perché uno soltanto poteva farlo, ed era lui.”
(pag. 15)

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